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martedì 31 ottobre 2017

Void Generator - "Prodromi", di Andrea Zappaterra



Void Generator- "Prodromi"
di Andrea Zappaterra

Ci sono vari modi per approcciare un album, cominciando dall’ascolto.
Io ad esempio lo ascolto prima a bassissimo volume, aumentando ogni replay di alcuni decibel fino ad ascoltarlo a tutto volume. Potrà sembrare strano ma a volte si ha una percezione completamente diversa dello stesso lavoro. Un pò come il vino che va bevuto a seconda della temperatura indicata. Il volume corrisponde alla temperatura. Faccio questo preambolo perchè questo Lp dei Void Generator "Prodromi", è un tipico caso in cui il volume può influire sul giudizio.
Imprendibile questa musica così rarefatta al primo ascolto a basso volume, sembra un amalgama di suoni indefiniti, ma poi man mano che lo si ascolta ne emergono i contorni e le sfumature che riportano all’orecchio suoni ormai ancestrali di grandi gruppi del passato (Pink Floyd, Tangerine Dream), note imprigionate in riff ripetitivi solo apparentemente banali di chitarre distorte ossessive, e si ha l’impressione che sotto questo strato ci sia qualcosa di riconoscibile e di considerevole. Aumentando il volume emerge questa seconda percezione.
 Del resto il genere musicale con cui si definiscono Psycho Kraut (Space – Heavy – Psychedelic – Stoner – Prog) offre una grande spazialità e possibilità di azione. Come da loro stessi sostenuto occorre attrezzarsi di un accumulatore di orgone per poter ascoltare le loro oscillazioni e rumori bianchi. 
Per ora ci accontentiamo di ascoltare questi quattro brani con diffusori normali, però a volume sostenuto, preparandoci a partire per un viaggio interstellare dove anche i canoni musicali risultano rovesciati, con chitarre distorte e sintetizzatori pronti a creare l’atmosfera spaziale con effetti piuttosto noti, mentre la base ritmica rimane su estenuante ripetitività atta a creare un certo effetto ipnotico. 
Le voci sommesse e piuttosto soffocate imprimono una certa drammaticità al contesto mentre le chitarre distorte come campane scandiscono l’inesorabile passare del tempo.
Quello che si nota è comunque un certo cambio di rotta rispetto ai precedenti album dei Void Generator molto più strutturati e rockeggianti -, di straordinaria bellezza, per intraprendere una strada forse più sperimentale e meno accattivante ma comunque assolutamente degna di attenzione.




lunedì 30 ottobre 2017

Frank Sinutre “The Boy Who Believed He Could Fly”, di Stefano Caviglia


Frank Sinutre
“The Boy Who Believed He Could Fly”
New Model Label
di Stefano Caviglia

“Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, e nulla più”
         Oscar Wilde

Chissà quante persone vedremo volare attaccati da un ombrello, di giorno di notte. Nella speranza di vivere.
Impossibile dare torto ai Frank Sinutre.
Il lavoro di Isi Pavanelli e Michele K. Menghinez si articola su 12 brani .
Tre di questi  hanno lo stesso titolo, “Credeva di volare”, e sono inseriti appositamente all’inizio al centro e alla fine del loro lavoro un pò come un fil rouge.
Forse si può cogliere il motivo, il perché di questa scelta ascoltando, oltre la musica, il testo della seconda (0.667).
Dal punto di vista musicale la band ci offre in molte tracce un esempio di come l’elettronica in simbiosi con  chitarre, basi ritmiche e voci, possa creare un’atmosfera calda, un ambiente sonoro piacevole, in taluni passaggi avvolgente.
Si rivivono momenti che evocano sonorità degli anni 70/80 musica dance e quello che una volta veniva definito “pop elettronico”.
Un aspetto che colpisce favorevolmente chi ascolta è la capacità del duo di sovrapporre a tappeti ritmici relativamente semplici - 4/4 soprattutto - delle variazioni, dei temi davvero interessanti.
Questa scelta che denota fantasia e creatività compensa una certa omogeneità delle scelte sonore, che a volte rischiano di diventare non ripetitive ma monocorde.
Anche se tutto ciò può essere frutto di una libera e cosciente scelta artistica.
Che Pavanelli e Menghinez sappiano fare musica è fuori discussione, e la traccia 10, “La forma del sol” lo dimostra,  una sorta di blues psichedelico con un ottima slide giutar che accompagna tutto il brano, con una potente sezione ritmica e solo qualche gocciolina di synth, voci accennate. 
La traccia 4 merita anch’essa una sottolineatura, “Driving Thru A City By night”, una ballata molto notturna, come da titolo, senza giungere nelle vicinanze del cupo.
Forse il brano successivo, “What A Strange Life”, per scelte sonore e ambiente sonoro ricorda il precedente con qualche tinta leggermente nebbiosa in più.
Troviamo forse nella traccia 7, “Credeva di volare (0.667)”, soprattutto nelle parole dette sul sottofondo di un arpeggio di chitarra acustica, il mood, o più semplicemente il vero centro di questi 12 brani, un po’ come la capitale di uno stato.
Si sente a chiare lettere la non volontà di omologazione, una ostilità non tanto al mondo dei “grandi“ degli adulti, ma alle manifestazioni di quel mondo che causano l’omologazione, il rischio della perdita della propria libertà.
Come diceva qualcuno bisogna vivere non esistere.
I  “Frank” vivono, eccome,  si esprimo, con proposte musicali a volte originali a volte meno.
Comunque lo fanno mettendo in campo il loro talento e compiendo scelte anche coraggiose, per esempio rischiare di essere considerati dei nostalgici degli anni ‘80, (non sarebbe comunque una colpa grave) o forse amare eccessivamente l’elettronica.
Nel loro stile originale e spesso raffinato si riesce a cogliere nitidamente la ricerca e lo sforzo creativo che ha preceduto la composizione e l’assemblaggio dei vari pezzi.
Forse questa non è la band che ti “spacca il cuore”, che ti fa venire i brividi al primo ascolto.
Vanno ascoltati, riascoltati con attenzione magari tra le pieghe… le sorprese non mancano.
Silenzio… Frank Sinutre!


Tracklist: 1. Credeva Di Volare (0.333) / 2. Sunset With Sunrise / 3. Urban-Park-Sleeping Lovers / 4. Driving Thru A City By Night / 5. What A Strange Life / 6. Challenger / 7. Credeva Di Volare (0.667) feat Cranchi / 8. Be All You Can Be / 9. Under That Wind /10. La Forma Del Sol / 11. But The Boy Believed To Fly – Feat Zighi / 12. Credeva Di Volare (1.000)
Discografia: “La Colpa Della Leonessa” (2012) – “Musique Pour Les Poissons” – (2014) – The Boy Who Believed He Could Fly (2017)

venerdì 27 ottobre 2017

"Long Strange Trip"-The Untold Story Of The Grateful Dead, di Agostino Rebaudengo



LONG STRANGE TRIP
The untold story of the Grateful Dead
di Agostino Rebaudengo

Nel saggio “Dark Star, come esempio di estetiche trascendentali”, l’autore Steve Skaggs pone una questione annosa: “E’ una sgradevole esperienza che praticamente ogni amante dei Grateful Dead ha vissuto: «Cercare di spiegare lo spirito dei Grateful Dead a qualcuno che non li ha mai ascoltati»”.

Ritengo sia una missione impossibile, ma "Long Strange Trip" si avvicina abbastanza alla soluzione del problema, almeno dal punto di vista storico.

Long Strange Trip è un documentario dedicato ai Grateful Dead, della durata di circa quattro ore, proiettato per la prima volta il 23 gennaio 2017 al Sundance Film Festival nella sezione Doc Premieres. Ho saputo dell’esistenza del documentario informato dalla mailing list del sito dei Grateful Dead.
Non ho dato grande importanza alla notizia perché immaginavo di non avere molte speranze di vedere l’opera, almeno nell’immediato. Invece la rete ha sempre delle sorprese.
Giusto nel 2017, in occasione di una qualche super offerta di prodotti tecnologici da parte di Amazon, ho aderito alla formula Amazon Prime che mi consentiva di acquistare i prodotti che mi interessavano con un fortissimo sconto. Amazon Prime è la formula commerciale che, a fronte di un abbonamento annuale di 19,99 euro, offre spedizioni in 1 giorno (o quasi) a costo zero per un grande numero di prodotti, occasioni scontate e la disponibilità gratuita del catalogo Amazon Prime Video. Tale disponibilità mi ha lasciato piuttosto indifferente sino a quando ho scoperto che potevo vedere il documentario in formato integrale suddiviso in 6 episodi.
Nonostante il mio inglese zoppicante, ho trovato straordinaria la possibilità di visionare rarissimi filmati di repertorio e comunque mi sono accorto quasi subito della possibilità di attivare i sottotitoli in italiano.
Come tutto ciò che è legato ai Grateful Dead anche questo documentario propone diversi piani di lettura e livelli di apprezzamento: naturalmente il fan dei Dead scopre aneddoti meravigliosi e connessioni sconosciute, ma per come è strutturato il lavoro anche il neofita può seguire senza fatica tutti gli episodi, e magari sviluppare interesse per la musica di Garcia e C.

Gli episodi:

Act I – It’sAlive – I primi passi di Garcia come musicista, la nascita della band e i legami con KenKesey, gli acid test e la scena psichedelica di S. Francisco
Act II – ThisIsNow – Oltre la psichedelia, il successo a modo loro, nonostante tutto
Act III – Let's Go Get In The Band – Dove finisce la band e dove iniziano i Dead Heads?
Act IV – Who's In Charge Here? – Le questioni tecniche e logistiche, il Wall of Sound
Act V – Dead Heads – Lo spirito dei fan del gruppo, i Grateful Dead come religione, Jerry Garcia come divinità
Act VI – ItBecomesEverything – La fine di tutto, Jerry Garcia schiacciato dal successo, la sua dipendenza, la morte
La suddivisione in 6 episodi della durata media di 45 minuti permette una comoda fruizione in più giorni; anche se il mio istinto sarebbe stato cuffie in testa e sveglio tutta la notte, ho visionato il documentario in una decina di giorni.

Per riassumere, un lavoro davvero ben fatto, un’ottima regia e assemblaggio per un flusso unico di testimonianze, spezzoni di concerti, viaggi, aneddoti, leggende narrati daroadies, musicisti, impresari, deadheads, mogli, figlie… La leggenda continua.




giovedì 26 ottobre 2017

I migliori auguri a Lino Vairetti


Hello,
compie gli anni oggi, 26 ottobre, Lino Vairetti, fondatore, leader, voce, "Anema&Core" degli Osanna.
Dal 1970 la più longeva pro-band italiana. Hanno inciso capolavori come "L'Uomo", "Oro Caldo", "There will be time", quest'ultimo tratto dalla colonna sonora del film-cult "Milano Calibro 9".
Grazie a Lino gli Osanna stanno vivevendo una seconda giovinezza, forti anche della pubblicazione degli ultimi due album "Palepolitana" e "Pape Satan Aleppe", molto apprezzati da critica e pubblico.
Gran bella persona, gran bella voce... grandi auguri Lino!
Wazza




mercoledì 25 ottobre 2017

Pink Floyd e Frank Zappa: filmato storico


Hello,
il 25 ottobre 1969 al "Actuel Rock Festival” sono di scena i Pink Floyd. In sala si aggira Frank Zappa, venuto al festival per ascoltare (e poi assumere) il batterista Ansley Dumbar.
E' amore a prima vista, i Pink invitano zio Frank a suonare con loro "Interstellar Overdarive": dopo anni esce il filmato di quell'evento unico, entrato nella storia!
Wazza


Dalla rete…
Ottobre 1969: l'Europa vuole rispondere agli americani e al loro Festival di Woodstock, che nell'agosto di quell'anno aveva portato a Bethel, nello stato di New York, migliaia di persone. Questa risposta è rappresentata dal Festival d'Amougies, una manifestazione ospitata dalla piccola cittadina belga. Il festival si tiene dal 24 al 28 ottobre ed è organizzato e promosso dalla rivista francese Actuel, che si occupa di cultura "underground".


La line-up del Festival d'Amougies comprende nomi di band prog, jazz, blues, psichedeliche e rock che si stavano facendo conoscere proprio in quel periodo: dagli Yes ai Soft Machine, passando per i Ten Tears After, Archie Shepp, The Nice, Art Ensemble of Chicago, Gong e Pierre Lattès. Ci sono anche i Pink Floyd, che hanno da poco perso un pezzo importante della loro formazione, Syd Barrett, e che hanno già alle spalle tre dischi: "The pipeer at the gates od dawn", "A saucerful of secrets" e "More". A Frank Zappa è invece affidato il ruolo di "maestro di cerimonie".
Roger Waters e compagni salgono sul palco per suonare una manciata di canzoni: "Set the controls of the heart of the sun", "Green is the colour", "Careful with that axe, Eugene" e "Interstellar overdrive". Su "Interstellar overdrive" sale sul palco anche Frank Zappa, che imbraccia una chitarra elettrica e si unisce ai Pink Floyd per una jam leggendaria (almeno per gli appassionati di musica rock.

Pink Floyd nel tour americano del 1970


Hello,
il 25 ottobre 1970 si conclude a Boston il tour americano di "Atom Heart Mother", con coro e orchestra...
Per sponsorizzare il tour la band girava con un tram, con tanto di mucca a bordo.
…di tutto un Pop

Wazza



domenica 22 ottobre 2017

Ma chi suonava negli Episode Six?


Hello,
chi si ricorda degli Episode Six, gruppo beat inglese, attivo dal 1963 al 1969?
Certo non hanno lasciato il segno nella storia della musica, a parte qualche 45 giri entrato nella top ten del Libano!


Sicuramente saranno ricordati per due componenti, Roger Glover e Ian Gillan, che diverranno colonne portanti della rock-band Deep Purple.
Oltre a loro due anche Mick Underwood, che divenne il batterista dei Quatermass  e di molti lavori solisti di Gillan.
… di tutto un Pop
Wazza


sabato 21 ottobre 2017

Il giorno 21 di Big Francesco


21 ottobre
  
"I signori della guerra guardano a noi con commiserazione e pensano: poveri scemi!"
(Francesco di Giacomo)

Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano
Wazza

Io confesso
che non ho fatto la guerra
ed ho parlato alla gente
come se fossi un eroe.
Confesso:
ho parlato per anni
perché qualcuno capisse
quello che sento.
Stasera ti confesso
che sono entrato in un porto
ed ho cercato una nave
che mi portasse lontano.
Non voglio più vedere le cose
che mi hanno fatto sentire questo silenzio.
E sappi che per me
passerai la vita così ad aspettare.
Stasera ti confesso:
non ci capisco più niente,
io voglio solo dormire
per non vedere nessuno.
È tardi per pensare all'amore
e per andare sui monti
a parlare col sole di noi due
e per svegliarsi al mattino
con la pace nel cuore.

Piero Ciampi - Confesso


venerdì 20 ottobre 2017

Andrea Vercesi: live acustico a Pavia

Andrea Vercesi in concerto a Pavia-Il Broletto
19 ottobre 2017

Trovandomi a Pavia per impegni familiari ho finito la serata ascoltando musica live.
In realtà avevo chiara da tempo la data del concerto, comunicata inizialmente in modo errato, e così ho cercato di far coincidere esigenze personali e passione.
Conosco Andrea Vercesi da undici anni, grazie ad un amore comune, quello per i Jethro Tull.
Lui però il “mondo Jethro” lo conosce bene dal di dentro, dal palco, avendo suonato con molti membri della band, Ian Anderson in primis, nella sua lunga permanenza nella Beggar’s Farm.
Album, collaborazioni e progetti vari, collocano Vercesi tra i simboli - quello più acustico - del “Tullismo” di casa nostra, ma appare riduttivo inserirlo in una sola casella.
Vederlo all’opera nella sua forma più basica, quella di one man band, contribuisce nel delineare le sue peculiarità di performer, e la sua esibizione al pub “Il Broletto” ne è una chiara testimonianza.
Nella mia ora a disposizione non ho sentito il lato soft di Ian Anderson, ma piuttosto un ventaglio espositivo che tiene conto della storia della musica: Beatles, Cat Stevens, Stevie Ray Vaughan, Creedence Clearwater Revival, Lynyrd Skynyrd, Bob Dylan…

Meglio di ogni parola la musica...
Ath

giovedì 19 ottobre 2017

Accadde a Peter Gabriel nell'ottobre del 1977



Hello,
forse non tutti sanno che...
nell'ottobre 1977, Peter Gabriel, in tour europeo per promuovere il suo primo lavoro da solista, viene arrestato in Svizzera con l'accusa di essere un terrorista della Baader Meinhof...
(copio e incollo dalla rete)
 ... di tutto un Pop
Wazza


San Gallo, Svizzera, autunno 1977. Sono gli anni di piombo e il clima di tensione generato dal terrorismo è altissimo. La gente è spaventata: in Europa, tutti sembrano in preda a una vera e propria psicosi. E recentemente il gruppo tedesco Baader-Meinhof ha colpito ancora, gettando la Germania nel panico.
In quei giorni, Peter Gabriel si sta dirigendo in Francia per un concerto.
Sono già trascorsi due anni dallufficializzazione della sua uscita dai Genesis, notizia che aveva provocato un vero e proprio shock nel mondo del rock. Peter ha appena pubblicato il suo primo album solista e il singolo Solsbury Hill, che racconta i suoi pensieri sullingombrante passato, ed è già un successo.
Da quando è partito il tour, lui e il suo nuovo gruppo non si sono fermati un attimo. Lasciata lItalia, stanno attraversando la Svizzera per arrivare a destinazione, ma sono ritardo: “Sarà meglio avvisare che rischiamo di non fare il sound check”, dice laconicamente agli altri convincendoli a fermarsi.
Trovata una cabina telefonica, mentre transita per San Gallo, Peter Gabriel scende a telefonare; il resto del gruppo ne approfitta per sgranchirsi le gambe. Gabrel ha mal di gola e, per proteggersi, si tiene la sciarpa sul volto. Gli altri musicisti indossano pantaloni militari e cappelli. E così, mentre Peter è nella cabina telefonica cercando invano di prendere la linea, arrivano otto camionette della polizia svizzera che, con pistole alla mano, intimano a tutti di salire a bordo. Qualcuno, forse in base al loro strano abbigliamento, li deve aver scambiati per terroristi. E ha chiamato le forze dellordine.
Durante la perquisizione del veicolo, viene trovata una valigia piena di soldi; inutili i tentativi di spiegare che quello è lincasso delle serate precedenti.
Una volta in cella, dopo vani tentatvi di spiegazione, Peter e la band iniziano a cantare Excuse Me, una delle canzoni del nuovo disco con la speranza che qualcuno possa riconoscere il cantante inglese. La cosa funziona: i poliziotti si convincono a cercare meglio nelle valigie e trovano così documenti e contratti relativi ai concerti della tournée. Chiarito l
equivoco, vengono liberati
Ma quando Peter Gabriel, con svariate ore di ritardo, riesce a salire sul palco, trova davanti a sé un pubblico inferocito. Gli basterà però la prima canzone per placare la folla in adorazione del vecchio leader dei Genesis.

mercoledì 18 ottobre 2017

Rolling Stones a Lucca il 23 settembre-medley video



Nel prossimo numero di MAT2020 sarà proposto un commento al concerto dei Rolling Stones a Lucca, il 23 settembre 2017.
Nell’attesa ecco un po’ di immagini e un medley video realizzati da Fabio Frosio.





martedì 17 ottobre 2017

Beppe Trabona -"È TEMPO”, di Andrea Zappaterra


Beppe Trabona -"È TEMPO”
Di Andrea Zappaterra

Ascoltando questo primo full length  di Beppe Trabona viene subito alla mente un vocabolo: garbato, un termine che forse è in disuso e che non trova molti riscontri nel mondo musicale odierno, fatto di dissonanze e suoni strani.
Ed invece questo è un disco pulito, raffinato, come non si sentiva da tempo (appunto), un disco che anche per certe sonorità richiama Cammariere o Venuti ma con più intimismo, interiorità e un certo fascino discreto, quello della semplicità.
«"È TEMPO" è una sorta di esortazione a non rimandare mai a domani la realizzazione dei propri progetti e dei propri sogni, ma è anche un invito a dare valore al tempo che scandisce le nostre vite. Il tempo passato, fatto di ricordi e talvolta di rimorsi e di rimpianti. Il tempo presente, fatto di attimi da immortalare e di possibilità da realizzare, in un futuro che è già qui».
Così Beppe Trabona, avvalendosi del contributo di Marino Giusti e di Simone Conti Gennaro per la parte testuale, dipinge con colori tenui il fluire del tempo e della vita e la semplice meraviglia dei sentimenti e della quotidianità.
Paura del mare  -  il brano d’esordio descrive il timore che si ha nell’affrontare l’ignoto e la vita in genere che anche con lusinghe attrae ma spaventa allo stesso tempo, la paura inconscia del futuro.
Tutto è un gioco - un consiglio su come affrontare la vita senza certezze, un “luogo” dove tutto può accadere ma di cui siamo anche artefici e possiamo scendere in campo con le nostre scelte.
Quando mi addormento - una dolce melodia che culla l’ascoltatore con un ritmo da Bossa Nova, descrivendo quel particolare momento in cui ci abbandoniamo nelle braccia di Morfeo, ma anche una sottile metafora su cui riflettere per dimenticare ciò che ci assilla durante il giorno.
Per mille volte ancora - il desiderio atavico di poter tornare indietro nel tempo per poter cambiare o migliorare il presente.
Un angelo in regalo - cronaca di una notte estiva calda e afosa con risvolto amoroso.
Tra due note e le parole - canzone a due voci, un dialogo sentimentale.
Verso l'Argentina - un bel tango ritmato, tema molto attuale di chi espatria per trovare un mondo migliore.

Tu porti via il tempo - «è una canzone che parla di un amore adolescenziale. L'ho composta molti anni fa ma ho aspettato a lungo prima di farla conoscere, come se volessi “custodirla” in attesa del momento ideale»spiega il cantautore «Inoltre è l'unica canzone del disco registrata in presa diretta con tutti gli altri musicisti, perciò ho un legame affettivo con questo brano, mi riporta alla magia che si è creata in studio quel giorno».
È per te - un altro brano intimista e introspettivo sulla vita a due.
E allora - un pezzo dal vivo che conclude in tema l’LP, piacevole, con un pregevole sottofondo di fiati.

Lavoro gradevole e tecnicamente ben registrato, vincente anche dal punto di vista grafico, una piccola chicca che non mancherà di allietare gli amanti del genere melodico ma anche chi cerca sonorità soffuse e non invadenti.


Tracklist: 1. Paura del mare 2. Tutto è un gioco 3. Quando mi addormento 4. Per mille volte ancora 5. Un angelo in regalo 6. Tra due note e le parole 7. Verso l'Argentina 8. Tu porti viail tempo 9.È per te 10. E allora

BIO
Beppe Trabona nasce ad Albenga in provincia di Savona, dove vive tuttora.
Ascolta musica sin dalla primissima infanzia grazie alla passione tramandata dal padre e inizia a suonare quasi per gioco all'età di tredici anni, dopo aver ricevuto in regalo una chitarra dal prozio.
Il battesimo del palco avviene a diciassette anni, quando un compagno di scuola gli chiede di sostituirlo per un live. Dopo quella sera si susseguono gli ingaggi nei locali della riviera per molti anni.
Il background musicale di Trabona è variegato e attinge da generi diversi spaziando fra più stili, ma prestando particolare attenzione alla musica melodica sia classica che contemporanea.
Dopo un lungo periodo di attività musicale con oltre mille esibizioni come musicista e cantante, Beppe Trabona ha dedicato gli ultimi anni all’arrangiamento delle sue canzoni e alla scrittura di nuove. Con la collaborazione di numerosi e prestigiosi musicisti, ad aprile del 2016 inizia le registrazioni in studio di "È TEMPO", ultimate a maggio del 2017. Un ambizioso progetto discografico di cui ha curato la produzione e gli arrangiamenti.

Acoltabile su:
Contatti e social



                                                                       

lunedì 16 ottobre 2017

ISPROJECT - The Archinauts, di Max Rock Polis



ISPROJECT - The Archinauts
7 tracce | 50.03 minuti

AMS Records/BTF
di Max Rock Polis

ISproject, ovvero Ivan Santovito e Ilenia Salvemini, il duo di giovanissimi che sta dietro alla concezione, alla creazione di questo album “The Archinauts” di genere “post prog”, sospeso tra uno stile di quasi 50 anni di età e qualcosa di moderno e trascendente.

Questa definizione è in realtà un po'vaga, può significare niente come tante cose. Ce l'ha spiegato lo stesso Ivan nell'intervista fattagli qualche giorno fa: “Abbiamo preso questo termine dall'estero perché non abbiamo mai saputo come chiamarlo. Ma per farci comprendere abbiamo cercato un modo per dargli un nome. All'estero si chiama “Post prog”, gruppi come Steven Wilson, Anathema usano il termine ... fanno semplicemente musica e la fanno molto bene.”

Vediamo da dove possiamo partire per capire la creazione di questa coppia di artisti pugliesi, nati in una terra non molto fertile in termini di Progressive. Ci vengono in mente i Biglietto per l'Inferno, ma il loro stile Prog Folk in questo caso non ci aiuta molto. Partiamo allora dal primo concepimento.
Abbiamo davanti sette tracce, fatte uscire dalla AMS records di Milano, ma com'è che dal sud gli Isproject sono arrivati fin lì? Sempre Ivan: “Siamo stati scoperti dal nulla da Fabio Zuffanti, perché effettivamente il nostro intento non doveva avere esito discografico. Volevamo comporre più per noi che per qualcosa di più grande. In maniera molto casuale c'è stato l'incontro con Fabio“. Quindi il duo si è allargato e dalle composizioni tastiera e voce di Santovito si è passati a un'opera di più ampio respiro e con un impianto sonoro di tutto rispetto, con gli esperti musicisti che gli ha affiancato Zuffanti: Amodeo alla chitarra, Bottaro al basso, Tixi alla batteria e in più la guest star Martin Grice a flauto e sassofono.

Per tagliere corto con le parole, passiamo quindi all'ascolto dell'album, per capire veramente di cosa stiamo parlando. Il primo pezzo, “Ouverture”, apre l'atmosfera che respireremo nel resto del CD. Dopo un'introduzione di tastiera, la canzone si vivacizza con il resto delle sonorità che troveremo, e dopo la parte centrale di pianoforte si capiscono le intenzioni del creatore: tastiere, Moog, Mellotron, atmosfere quasi sinfoniche. Il secondo pezzo “The Archinauts” è un deciso break, più chitarre assieme a Mellotron, poi il brano si apre alla vocalità di Santovito e alla bella voce da soprano di Salvemini.

In realtà è piuttosto difficile descrivere quello che si ascolta qui, nella varietà di suoni e colori utilizzati durante tutto il lavoro. Quello che è certo è che le tastiere sono in primo piano, mentre le armonie variano di continuo tra parti più Prog rock e altre più elettroniche, sinfoniche, cantate.
Le atmosfere non sono mai accelerate, nemmeno nei pezzi più brevi come “The City and the Sky”, nemmeno 5 minuti di intersezioni tra Mellotron, pianoforte e chitarra elettrica.

Il disco scorre via veloce e piacevole, senza mai far sentire l'urgenza propria dei tempi dispari, sempre con ampie concessioni al cantato e agli assoli di tastiera, finché dopo l'atmosferica “Mountain of Hope”, che concede spazio al ritmo solo nel finale, l'ascoltatore viene lasciato in balia del brano finale, “Between the Light and the Stone”, quasi 30 minuti in cui accade quasi di tutto. Si passa dal flauto di Grise al Mellotron, all'Hammond, alla voce, a un pezzo Jazz rock, fino a circa metà dove ci si ferma, come se la suite fosse finita, come se ci fosse un primo e un secondo tempo.
La ripresa è ancora del flauto e dei cristallini vocalizzi di Ilenia, fino a che dopo un breve tempo sospeso dove Ivan dichiara “we are Archinauts, we must leave this ground”, ritorna tutto il gruppo e il viaggio interstellare riprende verso il finale ancora dalle molteplici sfaccettature e ritmi. Chiude in dolcezza il pianoforte con una scala ascendente.


Curiosamente tra tutti i pezzi chiamati in inglese, ce n'è uno in italiano “Mangialuce”. Racconta Ivan: “È una vecchia leggenda. Questo “mangia luce” si rifà a un videogioco francese, “manger de la lumière”. Questa entità orribile sta in un orfanotrofio ... ti accorgi che sta arrivando perché si spegne la luce. La luce è intesa anche come la positività, l'anima, che è una cosa perlopiù positiva. Quindi tratta di depressione, di problematiche della negatività. ... È difficile spiegare questa cosa a parole, così ci ho scritto un brano sopra.

Così si chiude il viaggio degli Archi nauti nel mondo del Post prog, poco più di un'ora per arrivare a definire qualcosa di difficilmente definibile per varietà, eclettismo e sonorità. A chi ascolta rimangono tante impressioni, sensazioni, ricordi, assieme alla voglia di risentirlo ancora, per farsi un'idea più chiara di ciò che il Progressivo italiano può diventare nello scorrere degli anni Duemila.
Se è questo ciò che ci aspetta dalla sua evoluzione, senza dubbio c'è di che ben sperare. La creatività del duo, unita all'esperienza del resto dei musicisti, riesce a mescolarsi molto bene e a portare a un risultato di sicuro interesse.

Isproject - The Archinauts
01 Ouverture
02 The Archinauts
03 Mangialuce
04 The City and the Sky
05 Lovers in the Dream
06 The Mountain of Hope
07 Between the Light and the Stone



venerdì 13 ottobre 2017

QUARTOVUOTO – “ILLUSIONI”, di Andrea Pintelli


QUARTOVUOTO – “ILLUSIONI” (Lizard Records)
di Andrea Pintelli

Sospiri di suoni, come stessimo nascendo. Quei pochi istanti in cui il bagliore ci investe con forza per farci intendere che si inizia a respirare autonomamente, senza l’aiuto della madre. Diventa necessario essere subito forti per affrontare anche l’innocenza. Allora quegli arpeggi eterei ci riportano “nei colori del silenzio” dove tutto è calma e distensione, dove il tutto è solo sogno, dove l’immagine è benessere ad occhi chiusi; proprio un attimo prima del mondo.
La confusione regna nei primi passi, le difficoltà vanno di pari passo con le fantasie più sfrenate, dove nozioni semplicissime si fanno montagne quasi invalicabili. Ma tutto è nuovo, tutto è allettante, tutto è sfida che si affronta quasi avessimo una “coscienza sopita”. Il lento intercedere delle prime idee è sottolineato dai primi ritmi, dalle espressioni diverse che si possono notare negli occhi altrui, dove si crede di leggere (in)volontari pensieri di stupore e incredulità, ma che noi captiamo come ILLUSIONI fatte di vibrazioni distorte e controtempi. L’irregolarità. La conquista. L’onda travolgente del contorno. Quindi di fretta, verso la vetta, subito, per poi cadere e rialzarsi per correre verso qualcos’altro, e poi ancora. Ancora. Ogni azione è momentaneamente in bilico fra il prima e il dopo, in mezzo c’è incoscienza per l’avvento dei sorrisi. Baci senza senso, a ripetizione, disinteresse per tale vuoto, da riempire con le nostre avventure quotidiane, piccole gemme ad ornamento di ogni tentativo vittorioso. Grappoli di felicità.



I passi si fanno cammino che vuole farsi marcia che pretende di essere corsa, la zona a noi dedicata è più ampia, il tempo è scandito da magie e incubi che si fanno gioie immense e dolori immensi. Tutto è pericolosamente amplificato. S’intende poco, ma per ribellione si vorrebbe sapere tutto. La complicazione di questo periodo è letta come fosse una “impasse”, ma poi è tutto in movimento e ci si impiega un battito di ciglia a perdonarsi. Gli abbracci si fanno importanti, i primi nemici li si deve imperativamente battere e superare come fossero scogli, non devono esistere impedimenti, tutto lo si vuole subito anche illecitamente, dubbi tanti da schiantare con l’astuzia, incertezza inesistente che poi torna sottoforma di macigno, scorribanda a più non posso per non lasciare spazi vuoti denominati noia intorno e dentro se stessi, atteggiamenti scabrosi al limite del guaio che altro non sono che innocenti prese di coscienza, delicatezze travestite da legami mai duraturi ma vitali all’attimo, barriere infrante comunque.
Poi, brutalmente, si cresce (troppo) in fretta. La consapevolezza di questo stato diventa (quasi) insopportabile, perché cambia tutto. Volontariamente o non, anche l’approccio alla tranquillità viene letta come diversa da quella captata poco tempo prima. Qui e ora la vita deve avere e deve dare certezze, nulla è lasciato al caso, anche un asteroide in caduta libera deve avere una sua spiegazione logica. Quella che era variazione è ora per sempre, con l’impudenza che anche gli affetti si trasformino in monumenti. Si aspettano le persone, prima ancora di cercarle, ma (prima o) poi arrivano? Gli interventi inaspettati di terze parti hanno il sapore della serietà. Le pause riflessive sono sempre da affrontare, come fossero momenti irrinunciabili. “Apofis”!



Nel lento intercedere del tempo (come del contrattempo) si formano segni nelle nostre anime che danno luogo a solchi nei nostri visi, tutto come conseguenza dei fatti vissuti, mangiati e digeriti, a volte scendendo a compromessi con la nostra acquisita maturità. Ciò che era impossibile ora si è fatto racconto, siccome già accaduto. Bellezza e orrore sono un’unica favola da scrivere per non essere mai dimenticata. Allora si parla, si stravolge per travolgere l’interlocutore, il quale spesso è disinteressato, perché la nostra posizione seduta non compensa e non comprende l’urgenza dell’andare altrui, che ci siamo dimenticati di avere avuto anche noi. Talvolta pronunciando un enigmatico “due ° io”.
L’età dell’abbondanza è ora giunta al suo termine naturale e, come ci viene imposto dalla nostalgia, ci si abbandona al ricordo, quasi ci si debba rendere conto che si sta per andare via. E’ qui che ognuno di noi, a volte con paura, talvolta con rassegnazione, pronuncia quel “tornerò” che suona come un’ennesima sfida con se stessi, nella speranza di rivedere coloro che si sta lasciando, nel tenero pensiero di poter amare le stesse persone ancora per un attimo; ogni istante è prezioso, ogni parola per lasciare traccia di sé in questa dimensione meravigliosa e dura chiamata vita. O forse Vita.
QUARTOVUOTO racconta queste e quelle ILLUSIONI che ogni giorno diamo per scontato, ma che sono il corollario necessario per ognuno di noi. Capire il significato di questo è forse deleterio, meglio agire, fare, vivere appunto.

Questa bravissima band lo fa attraverso la Musica, la nostra musica, un neo-Prog che non ha volutamente confini, ben supportato da idee d’insieme che rendono l’ascolto di questo lavoro un vero piacere. I suoni calibrati e ben concepiti, per i concetti di cui sopra, sono creati dal loro insieme, sezione ritmica, tastiere, chitarra come fossero un’unica entità, anche a livello compositivo. La resa che hanno è far pensare all’ascoltatore che il già sentito non esiste. Non cercate i riferimenti e le inutili influenze dal passato, perché qui tutto è nuovo. Da avere.