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mercoledì 30 novembre 2016

Billeri & Ombrelettriche – "Giona", di Andrea Pintelli


Billeri & OmbrelettricheGiona
di Andrea Pintelli

Opera dedicata ad Antonietta Cipriani, luce della crescita di Valerio Billeri, romano. Sediamoci e ascoltiamo, o meglio, imbarchiamoci e lasciamoci trasportare dalla nave capitanata dall’ammiraglio Billeri, voce, anima e timoniere di questo viaggio. Questo veliero, idealizzato fin dalla copertina, ci porterà in vari luoghi, si fermerà in tanti posti, assumerà le dimensioni del sogno voluto da Billeri, a patto che noi chiudiamo gli occhi e riponiamo in lui la nostra fiducia in lui e il suo equipaggio. Fin dalla prima nota si è come avvolti da un’atmosfera rarefatta, (volutamente) scarna, evocativa.
In “Giona” (inteso come primo pezzo di questo puzzle fatto di chiaroscuri) ci si ritrova nel bel mezzo di una storia di sopravvivenza che profuma di esperienze forti e determinanti. “Giona” ti tiene stretto a sé; non si può non essere sopraffatti dalla voce narrante, i cui riferimenti sono waitsiani e gucciniani, ma da cui spicca la personalità matura di Billeri.
Pequod” è sempre mare, si va, si va, dove questa volta…? L’importante è andare, ci canta il capitano, in questa esistenza che deve essere addentata per capirne e carpirne i sapori; alcuni sono in questo breve brano, agrodolce, ma intriso speranza.
In “Squotivento” fanno capolino dei suoni luccicanti; il Sole che lasciano presagire, si fa attendere perché i ricordi di un vissuto fatto di una quotidianità di amori, bugie, solitudini, e sconquassamenti d’anima si fanno nuvola, come fosse un boccone amaro da ingoiare per proseguire nel cammino. Chi più, chi meno, tutti abbiamo respirato queste atmosfere, quindi il pezzo è per ognuno di noi, non solo per chi la canta e chi la suona, portando la sua visione che è matrice di ogni occhio aperto alla strada.
Dietro La Porta” è desertica; siamo nel West, sia di riferimenti, sia di idee, quasi un post-country minimalista utilizzato dalla nostra ciurma per raccontarci il mistero del luogo, il padre che dispensa consigli, la notte che non ti fa dormire.
Sta Scendendo Sera” è tramonto, siamo ancora nel nuovo mondo, ce lo fa capire una chitarra magnifica che pone contrappunti di rara bellezza. Balzano alla mente momenti lontani, che Valerio ci riporta alla mente, riflettendo sul cambiamento del giorno, rapportato a quello del nostro domani. In una parola: ricordo.
Prima Di Casa” fa risalire il tono, ci riporta al presente, anche se di notte comunque si parla; è ancora strada, in cui può capitare di entrare in bar molto cattivi, dove pesti cicche spente, dove le moquettes ai muri respirano gli sguardi truci degli avventori, come il melange che i nostri marinai ti suggeriscono con un impostazione da vecchio saloon dove non si può essere al sicuro, in cui spicca una minacciosa armonica a bocca. La radio gracchia canzoni sghembe, e se ti capita di bere una birra, bevine due: ti conviene.
E arriva “Ulisse”: pianoforte e voce bastano per far venire i brividi, e il titolo la dice lunga sul significato del desiderio di approdare che ha il viaggiatore, dove per giorni e giorni si è rimasti soli coi propri desideri, coi propri pensieri, dove un’urgenza di felicità fa di tutto per raggiungere la propria terra interiore fin oltre l’orizzonte, al buio prima, all’ora blu poi, dove la notte si fa alba. Di caposseliana memoria, questo pezzo è rarità per chi vuole realmente dare un valore aggiunto al perché si decide, a volte, di ascoltare musica.
In “Zong” si è nel bel mezzo della bufera, demoni e visioni tenebrose fanno la lotta per impossessarsi dell’altrui persona, mentre un banjo risponde piccato ad una voce quasi lontana di chi vorrebbe raccontare senza timori, dove il sorriso lascia spazio al dubbio. Parla di echi, di paura di andare a fondo, ma dove, se si è forti, alla fine della tempesta ci si arriva per poter poi rimettere i piedi a terra, per raccontare che si è stati all’inferno e  ritornati.
Era Soltanto” è polverosa, gli stivali sono intrisi di cammino, si gira e rigira per cercare acqua per poter restare giovani; interlocutorio momento di vita di profonda importanza, dove gli errori fanno crescere, come un assolo di chitarra fa capire con ardore. Si era soltanto, ma si era fortemente, e quell’essere stati non ce lo potrà rubare nessuno.
Van Gogh”, ultimo brano d’accompagnamento a questo errante navigare, è arrivo, è respiro; è terra. Il Sole è arrivato a scaldare noi e il grano. Squarci di colore dove si può rimirare, dove si deve immaginare per non perdersi ancora. Forti di questo sospiro, ora si possono aprire gli occhi. E restiamo solo noi.

Teniamoceli stretti e supportiamoli questi marinai del racconto, comprando i loro lavori e andando ai loro concerti. Ne vale ampiamente la pena. E quando saranno dalle mie parti, fatemi un fischio, anzi portatemi un biglietto per salire a bordo.


lunedì 28 novembre 2016

Il CaRocksello di Wazza


CaRocksello di Wazza

Hello,
molte rock-star, e musicisti senza la "star", più qualche insospettabile inatteso, hanno fatto da "Testimonial" a vari prodotti, non solo riguardanti il mondo musicale, ma anche qualche "marchettone".
Mi sono divertito a raccogliere un pò di foto di questi "consigli per l'acquisto"...
Just for fun...
Wazza

(vedi clip)






Ci sono anche, ma non ho trovato "prove fotografiche", Johnny Lydon (ex Rotten) - per una marca di burro (!!) e non era l'ultimo tango a Parigi! -, Ozzy Osburne (Black Sabbath) per un videogame, Jack White per la "Diet Cola", Madness per la birra "Kronenburg", Devo per gli scooter "Honda", Peter Murphy (Bauhaus) per le cassette "Maxell", Bob Geldof per le lamette (Wilkinson), Eric Clapton per Fender Guitars and many, many, many more...






TWINSCAPES live al Club Il Giardino - Lugagnano (VR) - 25/11/2016, di Marco Pessina


Serata per palati fini al Club e il pubblico del prog e affini risponde sempre presente in queste occasioni. In effetti c'é un buon numero di persone in sala. TWINSCAPES: ovvero il progetto del 2013 di LORENZO FELICIATI, bassista romano già con VENDITTI e recentemente col progetto KCRIMSONICK, e il bassista australiano COLIN EDWIN (PORCUPINE TREE). Ne é uscito un lavoro che ha visto la collaborazione di vari artisti, come ROBERTO GUALDI (batteria), presente al Giardino e tra gli altri di DAVID JACKSON ( fiati). Per l'occasione ci sarà in questa serata veronese la collaborazione di un altro volto conosciuto, quello del poliedrico violinista e polistrumentista vicentino: ANDREA BASSATO già con HYDRA e ORME.
L'atmosfera é quella delle grandi serate, col “pubblico giusto che avvolge i musicisti”, come dirà FELICIATI durante il recital. Gli applausi e le acclamazioni si sprecano tra un brano e l'altro e i musicisti si scaldano a dovere. La musica scorre veloce, ora con effetti ambient e tratti crimsoniani, fino a spingersi quasi in atmosfere fusion o jazz rock. L'uso sistematico del fretlees di EDWIN fa da contraltare al virtuosismo di FELICIATI, mentre GUALDI martella con la dovuta perizia da dietro. Il cerchio poi si chiude quando sul palco c'é il suono poderoso e incalzante del violino di BASSATO. Via via ascoltiamo le chicche di questo album dove spiccano brani come i-DEA, IN DREAMLAND, PERFECT TOOL. Il tempo corre veloce e gli applausi aumentano. Si ha l'impressione di assistere a una di quelle situazioni che raramente ci vedono coinvolti, forse anche per via dell'ambientazione giusta. Sono passate quasi due  ore di emozioni quando la band esegue ALICE. FELICIATI dirà di averla scritta per le notte insonni passate di notte per i pianti della propria figliola. Il tributo finale é di quelli da ricordare e senza scendere dal proscenio ci sarà un'ultima chicca e la sola concessione alla musica degli altri, con una cover di MILES DAVIS.
Un'altra bella serata di musica. Alla prossima.             

sabato 26 novembre 2016

Accadeva il 26 novembre 2010, di Wazza



Hello,
molti conoscono Franco Taulino, solo come leader dei Beggars Farm, Jethro Tull tribute band...
Pochi sanno che ha organizzato numerosi eventi ad Alessandria e provincia, con artisti di calibro internazionali, sempre a favore della L.I.L.T. (Lega Italiana per la lotta ai tumori).

Il 26 novembre 2010, a Novi Ligure, preparò una serata straordinaria, con Francesco di Giacomo, Rodolfo Maltese, Pierluigi Calderoni (Banco del Mutuo Soccorso), Clive Bunker (Jethro Tull), David Jackson (VDGG), Bernardo Lanzetti (PFM), Aldo Tagliapietra (Orme), accompagnati dalla Beggar's Farm.

Ero presente come chaffeur e merchandising, due giorni intensi tra le nebbie e i vini del Piemonte, ci sarebbero molti aneddoti da raccontare...

Il concerto era un interscambiarsi di musicisti e strumenti. David Jackson, che accompagnava Aldo Tagliapietra, e Lanzetti. Pierluigi Calderoni che ha suonato la batteria su Aqualung insieme ai Beggar's, Clive Bunker "menava" su RIP cantata da Francesco, insomma una serata da incorniciare. Francesco, Rudy e Pierluigi (per la cronaca) hanno eseguito oltre a RIP, anche Moby Dick, Canto di Primavera, Il Ragno. Furono eseguiti, nel corso della lunga serata, brani del repertorio Jethro Tull, Orme, PFM, Genesis, Banco, VDGG...
Sul palco tre  delle migliori voci del progressive rock, per la prima volta sullo stesso palco.
Finale tutti insieme sul palco a suonare "Theme One", dei Van Der Graaf.
Peccato per chi non c'era...

Wazza

Le foto sono di Foto di Piero Daneri

foto di gruppo: Clive Bunker, David Jackson, Rodolfo Maltese, Pierluigi Calderoni, Andrea Garavelli, Bernardo Lanzetti, Sergio Ponti, Francesco Di Giacomo, Franco Taulino, Aldo Tagliapietra...


venerdì 25 novembre 2016

Gianni Nocenzi – Roma, Planet Live Club, 23/11/2016, di Paolo Carnelli

foto Francesco Desmaele


Della serie, "l'avrei voluta scrivere io"!
Paolo "Hammill" Carnelli, recensisce lo straordinario, commovente, e tecnicamente perfetto concerto del grande Gianni Nocenzi.
Grazie Paolo, mi hai letto nel pensiero... bella recensione, copio i compiti.
Wazza


Gianni Nocenzi Roma, Planet Live Club, 23/11/2016

Il ritorno live di un grande artista come Gianni Nocenzi non poteva essere banale: dal vivo, la magia delle composizioni presenti nello splendido Miniature assume una forza ancora maggiore e quasi insostenibile.

Gianni Nocenzi è tornato, e questa è la prima buona notizia. La seconda è la presenza in sala, ad accoglierlo, di un pubblico numerosissimo e curioso, nonostante sia un giorno infrasettimanale. C’è grande attesa, si avverte in maniera palpabile. E allora è giusto arrivare al concerto per gradi, con Guido Bellachioma e Vittorio Nocenzi a fare gli onori di casa, dialogando con il sorriso sulle labbra ma introducendo elementi di riflessione profonda, sulla musica di Gianni e non solo. Poi finalmente il Maestro si palesa nella sua inconfondibile figura filiforme, dai movimenti eleganti e misurati. A metà strada tra il miracolo e lapparizione divina. Ma soprattutto si materializza quello che ha da dire, il suo verbo: dalle sue dita sgorgano note di una bellezza assordante, trame di gemme inanellate con fili doro e argento. Miniature, il titolo del suo nuovo album solista, che ripropone per intero in due tempi, rimanda inequivocabilmente al lavoro certosino dellartista, che dedica un tempo infinito a partorire qualcosa di estremamente piccolo ma al tempo stesso tremendamente prezioso. In studio cerano solo Gianni e il pianoforte, e così è anche dal vivo, al Planet Live Club di Roma per la presentazione ufficiale dellalbum.
Il maestoso Yamaha C7 fornito da Cherubini, marchio storico della Capitale che rimanda direttamente ai grandi raduni pop (prog) degli anni 70, è lì, pronto ad accogliere il suo cavaliere e a sciogliere le briglieper alzarsi in volo. La microfonazione, curata nei minimi dettagli da Toni Armetta, a restituirci ogni singolo sussurro (ma anche ogni cannonata) proveniente dai tasti e dalle corde. E un canto delle sirene, quello che si sprigiona dalle dita di Gianni e arriva al pubblico presente in sala, attento, partecipe. Un viaggio che trova la sua ispirazione in Chopin, Bartòk, Rachmaninov, Schoenbergeppure anche se Miniature giunge a ben 23 anni di distanza dal precedente Soft Songs (1993), nelle sei composizioni non cè voglia di strafare, non cè una nota in più o una nota in meno rispetto a quanto necessario per rendere il messaggio sonoro limpido e profondo. Il concerto è finito, ma dopo le domande del pubblico cè ancora tempo per un ultimo regalo: 750.000 anni fa lamore? e Traccia II riallacciano il filo anche con il Banco del Mutuo Soccorso. Un passato così lontano, ma anche così vicino. Un passato che nessuno potrà mai cancellare.
Paolo Carnelli

giovedì 24 novembre 2016

Falco Brothers: 24 novembre 2004, di Wazza

Gildo, Claudio e Fabrizio Falco


"Le cose vere della vita non si studiano, ne si imparano, ma si incontrano"
(Oscar Wilde)

Il 24 novembre del 2004 ci lasciava Fabrizio Falco, cantante, bassista, chitarrista  dei Crash e della primissima formazione del Banco del Mutuo Soccorso.

A 15 anni ero "innamorato" di questi capelloni, amici di mio cognato "Billy", che abitavano in una mansarda a Velletri, ed erano l'ossatura di un gruppo chiamato "Crash".
Anni prima ci avevano suonato anche Gianni Nocenzi, Mario Achilli e Franco Pontecorvi.
Vittorio Nocenzi, nel 1969, alla ricerca di musicisti, li scelse come gruppo per avere un contratto alla RCA... poi diventarono il Banco del Mutuo Soccorso. Ma quella è tutta un'altra storia.

Fabrizio e Gildo, ci hanno lasciato in anticipo… ciao Claudio.
In questo mondo virtuale, dove dopo dieci minuti le notizie sono "vecchie"… ricordare e sinonimo di resistere!
Wazza

mercoledì 23 novembre 2016

OTEME- L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento-di Claudio Milano


OTEME
L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento
2016
Ma.Ra.Cash Records / Distribuzione www.SELF.it


Tracks Listing
1. La Grande Volta [02:23]
2. Sarà il Temporale [03:38]
3. Bianco Richiamo [03:22]
4. Camminavo [06:38]
5. L'Agguato [02:26]
6. L'Abbandono [03:48]
7. Il Mutamento (Bolero Secondo) [01:59]
8. Dopo la Pioggia [05:00]
9. Tracce nel Nulla (I-VII) [25:48]
10. Un'Altra Volta [01:52]

Durata totale: 57:05
Line-up / Musicisti
- Stefano Giannotti / voice, piano, classic&electricguitars, banjo, Indianorgan, Jew'sharp, percussion
- Pierluigi Papeschi / guitar
- Milko Ambrogini / bass
- Emanuela Lari / voice, keyboards
- Valeria Marzocchi / flute, piccolo
- Linda Matteucci / flute
- Giorgio Berrugi / clarinet
- Lorenzo Del Pecchia / bassclarinet
- Nicola Bimbi / oboe, English horn
- Marco Donatelli / bassoon
Tracce cardine: Dopo la Pioggia/L’Abbandono/Camminando

Voto: 7.5

Premessa:
E se davvero, fuori dagli obblighi formali e culturali del mainstream, la musica oggi avesse così assottigliato i confini tra i generi, da annullarli? E’ stato un percorso assai lungo e difficile, iniziato dopo la metà degli anni ’60 e fatto di entusiasmi, quanto di diffidenze, ma che oggi sembra essere arrivato a pieno compimento. Lo racconta il jazz più ispirato(quello nordeuropeo, ma anche i percorsi di Gianni Mimmo, Gianni Lenoci, Bruno Romani, Massimo Falascone…), il gran caos che alberga nella rifondazione delle avanguardie classiche, ma anche...la musica popolare. Ne racconta, quest’ultima opera di Stefano Giannotti e del suo progetto OTEME (Osservatorio delle Terre Emerse).

Il disco:

Si inizia con La Grande volta, brano che potrebbe avere come sottotitolo “Frank Zappa in Africa”. Armonizzazioni jazz, suggestioni e scale mediorientali. Stefano Giannotti, si afferma il più grande arrangiatore italiano contemporaneo, considerando e non escludendo, alcun ambito, giacché, tutti gli ambiti ha esperito, dal rigore classico, alla scrittura di commenti sonori, all’improvvisazione. In Sarà il temporale, compare la voce, le meravigliose immagini dei testi, alla continua ricerca della bellezza, seguono delle metriche impervie e assai ritmiche, pur non rinunciando a melodie che rimangono nella mente, per quanto forti di continue trascolorazioni (il tutto a metà tra lied neo-lirico e canzone astratta). Forte è il richiamo all’ultimo Battisti, mentre la voce riporta alla mente Elio e negli intervalli, a Wyatt (è quando le fonti diventano le più varie, che nasce “il nuovo”), il tutto trasportato a casa del più ispirato Rock in Opposition, che qui però, perde ardori e morbidezze canterburiani, per divenire matematica capace di emozione. Non ci sono mai asperità nella composizione, nessuna dissonanza. Le trame polifoniche, si snodano con grande levità, lasciando un senso di “morbidezza” addosso. E’ un esercizio percettivo quello messo in atto, fatto di sottili invenzioni, mai urlate, ma di una rigorosità che rasenta la purezza più assoluta. Ne è un esempio Bianco Richiamo, col suo fare evocativo. Percussioni, certo tra Africa e Medioriente, strumentazione che fa suoi Boulez, Zappa (gli episodi più sinfonici di “HotRats”,Little Umbrellas, su tutti), Stravinsky. Qua e là affiora qualche progressione post rock a la Rachel’s, o qualche sentore da camera che riporta alla mente la Penguin Cafe Orchestra, ma si tratta di brevissimi “flashback”, su un telaio che ha un ordito assolutamente personale. Una musica di assoluto confine, in realtà molto più vicina alla classica di oggigiorno (Nico Muhly), che ha abbandonato durezze, in favore di una distensione che trovi un legame meno cerebrale col suo pubblico. Camminando, in questo senso, è una vera e propria gemma, dal finale splendido, giostrato tra noises di chitarra e un bell’assolo di clarinetto. L’agguato, esordisce direttamente a casa di Stravinsky (Storia del Soldato), come chiamare questo anche “chamber rock”, è impossibile, nonostante basi ritmiche trattate elettronicamente e a un passo da un “tribal-jungle” che subito si scompone e tornare nei reami di Edgar Varése (Ionisation). Questa è musica classica. Punto. La forma canzone, resa distonica, i piccoli interventi di elettricità, sono solo funzionali ad essa, come nel percorso “romitelliano” e guai, ma davvero guai a rapportare questo disco alle facilonerie buffonesche del “progressive rock” contemporaneo e non. Qui non c’è esibizione alcuna. Brian Eno, parlava di come nel rock si tenda a riempire e lui si assicuri invece (oggi), di svuotare. Qui, ogni tassello, non potrebbe essere mosso in altro modo e non c’è una minima connessione alla “manifestazione”, il che è un autentico miracolo. Il peccato è invece, come siano portate nei teatri musiche di Johnny Greenwood(cosa in merito alla quale avrei assai da ridire) o Nils Frahm (non da meno, in negativo), in qualità di classica e non questa (allo stesso modo, che è ben altra cosa, potrei dire di Francesco Zago e dei sui Kurai, più che di Yugen, giacché Zago, senza averne consapevolezza, ha creato un parallelo tra rock e classica, pari a quello che Romitelli aveva creato col rock e distinguerli, a tratti, è impossibile, quanto meraviglioso). Troppa diffidenza viene ancora riservata all’Italia e al suo sottobosco di ricerche, che in realtà sono tra le più floride e rimarchevoli della scena mondiale (un invito a tal fine a dare una lettura a “Solchi Sperimentali Italia” di Antonello Cresti – Crac Edizioni).L’eleganza degli ottoni, in contrappunto con arpa, su L’abbandono, sono un’autentica meraviglia, una di quelle cose che non si dimenticano facilmente, se si ha mente aperta a cosa sia stato prodotto nei ranghi dell’avanguardia dal secolo scorso ad oggi e la lunga sospensione della nota finale, ne è sugello carico di magia e tensione. Più giocoso il bolero di Il Mutamento, che flirta anche con la musica sudamericana. Torna la voce in Dopo la pioggia, che accoglie un post-romanticismo struggente e questa volta, davvero. Un brano che fa della sua semplicità il punto di forza, con testo esistenzialista meraviglioso e intervento di voce da contralto a donare incanto, fino al crollo finale, a diffondere un senso di profonda inquietudine e risollevarsi infine in fitti intrecci d’arrangiamento di fiati emelodia più mossa negli intervalli. Per chi scrive, il brano più bello e rappresentativo del lotto, assieme a L’Abbandono e Camminando, da ascoltare più e più volte, per afferrarne i segreti che lo rendono tanto, facile, complesso, non manifestato con evidenza, eppure dolente. Il pop-rock, arriva con la lunga suite Tracce nel Nulla, qui l’ermetismo “dada”, comunque significante del testo, si alleggerisce, anche nelle trame assai fitte dei fraseggi ritmici del canto e nella cacofonia di alcune chiuse e cadenze dal suono aspro, a un passo da una sorta di “hip hop atonale”, grazie alla bellezza senza “se e ma”, degli arrangiamenti di fiati, che in tutto il disco, rappresentano il punto più alto della composizione. Brusca interruzione intorno agli undici minuti del brano, con favoloso arrangiamento per chitarra classica, clavicembalo, flauto, harmonium, fiati vari e che qui invece raggiunge il culmine della dissonanza, che si stempera in drones e lunghi accordi di pianoforte. Questo, è l’unico brano del disco a cui può essere approcciato l’appellativo “progressive rock” e quello che pur mantenendo una chiara identità, in alcune soluzioni, ha rimandi assai facili ad un genere che di sé, già molto, se non troppo, ha raccontato. Al minuto 16’11, inizia una nuova sezione, con percussioni assai creative, su cui si innestano flauto, harmonium, chitarra a la Hackett. Anche questa sezione, deflagra in territori informi, sorretti da tastiere e drones di chitarra. La mancanza di teatralità, ma anzi, la assoluta ricerca di asetticità degli intrecci vocali di Giannotti ed Emanuela Lari, chiede all’unico impianto strumentale di definire le dinamiche, cosa, a volte riuscita, a volte no, cosa che rende gli oltre venticinque minuti del pezzo, un po’ difficili da ascoltare con adeguata e continua attenzione (senza andare a ricercare gli estremi espressivi di Tim Buckley, Hammill, Gabriel, Ian Anderson, Roger Wootton, Fish, qui manca anche quel senso di dramma, inteso, come “dare da sé”, che è stato della Krause e Catherine Jauniaux). A chiudere, Un’altra Storia, bozzetto mediterraneo, dai sapori ancora sospesi tra Medioriente e Mitteleuropa. Gustosissimo. In breve, una collezione di bozzetti di scrittura classico contemporanea, a cui sono associati lied altrettanto moderni, senza risultare mai privi di grazia, che finché non superano i 5-6 minuti, non solo, non hanno equivalenti nella scrittura, ma sanno intrigare e a tratti emozionare. Disco che potrebbe avere un’audience amplissima, dagli amanti della classica, del jazz, della musica etnica contaminata, al cantautorato colto, ma raggiungere anche i grandi festival. Nel suo essere più spoglio, L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento, sa essere a tratti, anche più gustoso dell’episodio che lo ha preceduto, Il Giardino Disincantato (notare, che per curiosa sorte del destino, questo, doveva essere il disco d’esordio e non l’opera seconda…). Un album che conferma Stefano Giannotti compositore e arrangiatore illuminato, senza dubbio, tale da creare attorno a sé un seguito da culto, che aumenterà con gli anni e gli consentirà di avere l’eco internazionale che merita, giacché tutto questo è, tranne che musica destinata a rimanere confinata nella patria che gli ha dato origine. A suono e geometrie che non cercano steccati, non si possono imporre barriere di diffusione alcuna. Vivamente consigliato l’ascolto e ampiamente auspicata adeguata accoglienza in ambienti accademici ed extra-accademici poco affini alla liberazione ormonale di tribalismi contemporanei nei nuovi luoghi di culto e aggregazione, perché è questa musica per immagini della mente e flussi emotivi, sottopelle.
Claudio Milano


martedì 22 novembre 2016

Novembre 1973: BMS al Brancaccio... foto rara di Todaro e Maltese


Racconti SottoBanco

Novembre 1973, il giorno non me lo ricordo... concerto al Teatro Brancaccio di Roma del Banco del Mutuo Soccorso.

Il gruppo presenta dal vivo il nuovo lavoro "Io sono nato libero"…
Questo concerto passò alla storia per vari motivi: un assolo di Vittorio Nocenzi di circa 30' con i nuovi sintetizzatori costruiti apposta per lui dall'artigiano Mario Maggi…  per il teatro strapieno…  per la prima di "Io sono nato libero" ... e per il passaggio di testimone tra i chitarristi Marcello Todaro e Rodolfo Maltese. In questa rara e sgranata foto si vedono i due insieme sul palco (per l'unica volta), mentre eseguono "Non mi rompete"; si vedono anche Gianni Nocenzi al clarino e Vittorio alle tastiere.
...per non dimenticare.
Wazza


lunedì 21 novembre 2016

Il giorno 21 di Francesco Di Giacomo...


"A forza di andare in profondità si è sprofondati.
Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è “leggerezza”, che sa essere “leggera”, può farci risalire alla superficie e riemergere dalla banalità"
(Leonardo Sciascia)

21 Novembre
Ci sarai sempre...Buon viaggio Capitano !
Wazza


Ricordo di Gianni Leone

Francesco ed io ci conoscevamo fin dal '71, dal periodo, cioè, in cui tutti noi gruppi italiani suonavamo agli stessi festival e negli stessi locali, perciò c'incontravamo spesso, anche negli autogrill in zone recondite d'Italia, e parlavamo, ci confrontavamo, condividevamo esperienze... Un paio di volte il Banco al completo venne a trovare noi del Balletto nel nostro casale di Rimini e fece delle prove di alcuni brani sui nostri strumenti. Prestai perfino la mia camera a Vittorio per permettergli di "intrattenersi" con una ragazzotta di passaggio...
L'ultima volta che ho visto Francesco è stata in un locale proprio vicino casa mia, il
Casanova, per festeggiare il compleanno di Carlo Di Filippo, fonico del Banco. Quella sera c'era con me Lino Ajello, chitarrista storico del Balletto, che era venuto a farmi visita a Roma. Lui e Francesco non si vedevano dal '73!... Lino lo incantò con dei giochetti di prestigio fatti con le carte. In quel momento scattai queste foto col mio cellulare. Era il 17 ottobre 2013. Scusate le dimensioni formato "lenzuolo", ma non sono riuscito a ridurle. Francesco usava ripetermi, ogni volta che scendevo dal palco dopo essermi esibito: "Ma lo sai che sei davvero bravo?" ed io prontamente gli rispondevo: "Iooo? E TUUU?????". Poi ci facevamo una bella risata stringendoci la mano.
G
ianni


domenica 20 novembre 2016

Il compleanno di Gary Green


Hello,
siamo ancora in tempo per fare gli auguri a Gary Green, nato il 20 novembre.
Fu il chitarrista dei Gentle Giant dall'inizio alla fine della loro storia musicale.
Dopo il ritiro del "gigante" entrò nei Mother Tongue, collaborò con Eddie Jobson, Billy Sherwood, gli italiani Divae....
Nel 2008 ripropone il repertorio dei Gentle Giant insieme a Kerry Minner e Malcom Mortimore, con il gruppo "Three Friends",
Attualmente si sta riprendendo da alcuni problemi di salute... Giant for a day.
Happy Birthday Gary

Wazza


venerdì 18 novembre 2016

Riccardo Amadei e Le Pastis – “Senza Ombrello”, di Andrea Zappaterra


Riccardo Amadei e Le Pastis – “Senza Ombrello”
di Andrea Zappaterra

Veramente godibile questo bell'album di Riccardo Amadei, da gustarsi dall'inizio alla fine ridacchiando a denti stretti, solleticati dalla sottile ironia fusa con la poesia, dalle melodie accattivanti di una band molto promettente.
Canzoni ben ritmate, quasi ballabili, stanze di vita quotidiana (per dirla alla Guccini), ma con uno stile unico e inconfondibile; spaccati di un mondo sempre più incomprensibile ma nel quale è bene entrare per cercare di capirne i risvolti e le possibilità.

Senza ombrello è il nuovo album della band riminese Riccardo Amadei e Les Pastìs (Elena Partisani - violino, Alberto Marini- basso elettrico, contrabbasso, sintetizzatore, Enrico Ro – batteria, Riccardo Amadei - voce, chitarre, ukulele, pianoforte) che già attraverso titolo vuole suggerire uno stato d’animo ed un modo di vivere le situazioni. L’ultimo lavoro della band, La polveriera, risale al 2013.

Undici episodi arrangiati e sviluppati in totale libertà, con la collaborazione di Marianna Balducci voce in “Questo nostro star bene” e quella narrante di Giuseppe Righini in “Un giorno di garbino”, dei pianisti Marco Mantovani, Stefano Pagliarani e Fabrizio Flisi. La batteria nel disco è di Paolo Angelini, mentre in “Chourmo” c’è anche la collaborazione di Manuela Timpano al sax contralto.
 L’immagine dell’album è un’opera dell’artista modenese Andrea Saltini,Una signora si innamorò dei miei occhi di fauno”.

« Porsi "senza filtro" - Dice Riccardo - per farsi attraversare: è questo il senso del titolo “Senza Ombrello”, è una metafora per descrivere una condizione, uno stato d'animo. E' il mio modo di pormi davanti alle cose. Mi muovo sempre “senza ombrello”, non l’ho mai avuto e non ne sento il bisogno: se piove, mi bagno. Ed è l'unico modo che conosco per scrivere in musica, per tentare di "arrivare" ad un pubblico, l'unica soluzione per uscirne vivi. Il disco parla di questa attitudine, undici episodi, undici canzoni per raccontare questo tempo e la sua quotidianità, fatta valigie perse negli aeroporti, di sorrisi veri e brindisi finti, di cinema, cavalli, porti. Undici canzoni per inseguire un linguaggio, per arrivare alla semplicità. Essere sprovvisti, essere vulnerabili è un rischio ed anche una meravigliosa opportunità. E' la possibilità di tornare a “sentire” per poi restituire un pezzo di realtà a qualcuno che ha ancora l'orecchio teso, in ascolto, in attesa di un suono in cui potersi riconoscere» .
Senza Ombrello è un album fondamentalmente elettrico, “Questo nostro star bene“ (il primo brano) funge proprio da congiunzione tra la dimensione acustica della prima produzione di Riccardo Amadei e quella elettrica. «Sentivo il bisogno di un paesaggio sonoro più stratificato, pericoloso, pulsante, dai colori vivaci, l’elettricità ti dà la possibilità di valorizzare tutti questi elementi. “Questo nostro star bene” racconta la necessità di non arrendersi all’inerzia, è un monito contro la sedentarietà mentale e relazionale, forse il più grande pericolo del nostro tempo» .


1.     Questo nostro stare Bene- Il brano di esordio, un lento quadro surrealista del nostro modus vivendi che parte lento con voce e piano e culmina in una suite corale di grande effetto.
2.     Felina – Controtempi con violino fanno da sfondo a questa allegorica ballata.
3.     Valigie a Berlino - Ha al centro il tema dell’Identità: chi non ha mai pensato ad un certo punto di reinventarsi? L’Alda che fa capolino in un verso si riferisce alla poetessa Alda Merini.
4.     Un giorno di Garbino - Rimini è una città che dà tanti stimoli e viene voglia di raccontarla a modo proprio: «Siamo tutti vittime e allo stesso tempo beneficiari del dualismo che la vede da sempre dividersi tra l’aspetto poetico e quello economico».
5.     Senza Ombrello - «Spiego una mia attitudine che spesso mi coglie impreparato, ma che mi offre ogni volta la possibilità di trovare nuove risorse. Rifletto inoltre su cosa significhi per me fare musica. Credo sia un mestiere “rischioso” perché non puoi permetterti di fingere e devi essere disposto a metterti a nudo e a parlare di te anche quando non sembra».
6.      Le belle Speranze - Si snodano lungo un filo conduttore dello straneamento, a volte ironico a volte amaro, dal nostro contesto, dalle città in cui viviamo e che stentiamo sempre più a riconoscere.
7.     Brindisi – Parodia dei nostri tempi confusi che talvolta alcuni meccanismi creano.
8.     Chourmo  - L'omaggio a Jean Claude Izzó (che è anche il titolo del secondo libro della trilogia di Marsiglia), dove periferia d’Europa e periferia dell’anima coincidono in uno scenario quasi surreale.
9.     I titoli di coda – Uno Ska allegorico di chi si perde il meglio della vita per aspettare i titoli di coda.
10. Al Punto Snai – Ironiche fotografie della nostra vita moderna, con le assurdità e le contraddizioni che ne derivano dove la sede delle scommesse ha sostituito il luogo di incontro e di socialità, con l'aiuto del condizionamento pubblicitario.
11. -l-l-l - «Rimini viene ricordata nell’ultimo brano descrivendola con le sue vocali, paragonate a tre soldatini immobili sulla linea gotica ad aspettare non si sa bene cosa durante l’onnipresente carnevale estivo, questa eterna condizione che ci vede protagonisti e eterni prigionieri del romanzo nazional popolare in cui Rimini ormai ha un’identità precisa, poetica e violenta insieme».

Voto alto per “Senza Ombrello

ALCUNE RIFLESSIONI SUI MITI MUSICALI, di Franco Vassia


ALCUNE RIFLESSIONI SUI MITI MUSICALI

Un caro amico, colpevole di aver espresso una semplice opinione sugli annessi e connessi che gravitano intorno al mondo musicale, è finito sulla graticola del web. La sua colpa? Mortale! Quella di essere un amante della buona musica e aver dissipato gran parte della sua vita per correrle incontro, spesse volte controvento: “Sorry, ma non spendo 80 euro per andare a vedere uno che sembra ti stia facendo un favore a suonare. Non puoi fotografare, non puoi filmare, non puoi parlare, non puoi scoreggiare... Con tutto il rispetto, ma il rock per me è libertà e condivisione, tutto quello che manca in certi concerti dove tutto è ‘omologato’, freddo e calcolato! Mi hanno rotto i coglioni, queste ‘prime donne’, questi esseri che si credono delle divinità soprannaturali, che camminano sollevati da terra, che ti concedono solo di guardarli...”. La maggior parte dei commenti denigratori si sono soffermati nel guardare il dito piuttosto che la luna, attaccandosi alle foto, ai filmati e alle scoregge cose, comunque, che è sempre bene non fare. Nello scrivere, spesse volte si usa l’iperbole ma quel che è sfuggito, agli occhi dei più, è il nocciolo della questione: “Il rock per me è libertà e condivisione, tutto quello che manca in certi concerti dove tutto è ‘omologato’, freddo e calcolato...”. Amo anch’io i King Crimson (e Fripp, nonostante tutto e nonostante le tre batterie che, in quanto a provocazione, non sarebbero venute in mente neppure a Salvador Dalì..) alla follia, ma siccome la penso esattamente come Wazza (al secolo Aldo Pancotti, core de Roma...) devo dire che neppure io sono andato a vederli. Mi infastidivano i 160 euro spalmati in due date (diverse tra loro in quanto a scaletta ma buonissime per circuire gli aficionados) ma soprattutto per il clima da guerra fredda e da campo di concentramento, con tanto di laser, sgherri e rottweiler muniti di chitarra. Assistere a un concerto indottrinato - fin dall’inizio - in perfetto stile Grande Fratello di Orwell, controllato a vista e col terrore di muoverti quasi fossi all’Asilo Mariuccia, sono timori e sensazioni che non rientrano più in quelle che - nonostante qualche migliaio di concerti vissuti - sono le mie corde. Sarebbe troppo tornare a essere degli appassionati ed evitare il ruolo di sudditi? Come sarebbe stato bello, e dignitoso, se l’intera platea, anziché osannarle sulle onde di “ciao mama, sono qui”, si fosse negata alle fotografie imposte a Tony Levin.

A prescindere dal valore, dalla passione e dall’amore per la buona musica, quel che fa specie è la spocchia e la presunzione di alcuni miti invecchiati ma pur sempre convinti - fors’anche giustamente - di essere i soli depositari del verbo. Così come patetica e puerile è la danza di un’altra istituzione che ha segnato la storia del folk e del rock: Bob Dylan. Che sia ormai un lontano parente del menestrello timido e spaurito degli inizi lo si evince dagli ultimi lustri, dove anche al fan più incallito - perché provocatoriamente deformate in modo che il pubblico non le possa cantare in coro - sfuggono e sfioriscono nei suoi concerti anche le ballate più celebri. Il Nobel, più che meritato, era la chiave dorata affinché il rock avesse finalmente la sua giusta reputazione. Il puerile balletto del “vado, non vado (a ritirare il premio, ndr), non mi faccio trovare”, è il metro di misura di quanto certi artisti abbiano da tempo dimenticato le loro origini: quelle di suonare con la gente e per la gente.